la nostra Visita a Valle delle Lepri

Quel Castello di Diegaro in Visita a Coriano:
Valle delle Lepri

Quando arriviamo a Valle delle Lepri, ad accoglierci c’è Luca Cecchini, enologo e oggi anima della cantina insieme al fratello Alessandro.
Ci riceve con un sorriso franco e la calma di chi vive il ritmo lento della natura, pronto a raccontarci una storia che non parla soltanto di vino, ma di persone, scelte coraggiose e di un legame profondo con la terra.

Il nome stesso dell’azienda custodisce un significato preciso: nasce infatti dal progetto di ripopolamento delle lepri voluto dal padre Silvano.
Un’idea semplice e visionaria allo stesso tempo: “restituire alla natura ciò che le si toglie”. Ancora oggi più di sei ettari di vigneto sono recintati per permettere a questo animale di vivere e riprodursi, prima di essere reintrodotto nelle riserve di caccia della Romagna e della Toscana.
È un gesto che rivela già la filosofia della famiglia Cecchini: non limitarsi a coltivare, ma prendersi cura di un equilibrio più ampio, fatto di biodiversità e rispetto.

La storia parte alla fine degli anni ’50, quando il nonno Battista si trasferisce da Montescudo a Coriano come mezzadro. Terminata la mezzadria, riesce insieme al figlio Silvano a comprare l’intero podere di otto ettari, con duecento ulivi secolari, trasformandolo in un’azienda agricola autosufficiente: grano, frutta, animali, un po’ di vigna per il vino sfuso. Negli anni ’80 Silvano intuisce il valore del vino in bottiglia e avvia un percorso che porterà la cantina a farsi conoscere.

Poi, nel 1992, la svolta decisiva: la conversione al biologico, quando in Italia quasi nessuno sapeva cosa significasse.
Una scelta pionieristica, allora difficile da comprendere, che ha tracciato il destino dell’azienda. Oggi la terza generazione porta avanti questa eredità con convinzione.

Passeggiata tra le vigne: la terra come punto di partenza

Ci incamminiamo tra i filari, seguendo Luca. È qui che il suo racconto prende vita, perché la filosofia della cantina non si capisce senza guardare la terra.

«L’agricoltura, anche quella biologica, ha sempre guardato soprattutto al frutto. Noi invece abbiamo capito che tutto comincia dal suolo».
Da questa consapevolezza nasce un lavoro puntuale sul microbiota del terreno, un ecosistema invisibile ma vitale. Pratiche come sovescio, compost autoprodotto e arieggiamenti del suolo garantiscono ossigeno e vitalità. I risultati sono tangibili: parametri chimici più stabili, alcolicità più contenute, acidità naturali meglio preservate. Una rivoluzione silenziosa che parte dal basso, dalle radici, e arriva fino al calice.

Colpisce anche la scelta di non cimare le viti: filari lasciati crescere liberi, un po’ “spettinati”, come li definisce Luca. Così la pianta ombreggia naturalmente i grappoli, evita stress e concentra le energie nel frutto.

L’azienda conta oggi otto ettari di vigneto e un ettaro di uliveto, con esposizione a nord-est, preziosa in tempi di surriscaldamento climatico. Le brezze marine dell’Adriatico regalano quella freschezza salina che diventa la cifra distintiva dei vini. Le varietà coltivate sono quelle storiche del territorio: Sangiovese, Pagadebit, Rebola, accanto a piccoli appezzamenti di vitigni internazionali usati per i vini di ingresso.

Luca ci racconta anche l’esperimento più coraggioso: una vigna di Sangiovese ad alberello, clone Remigio Bordini, piantata ad alta densità (10.000 ceppi per ettaro). Un modello borgognone in Romagna, con radici costrette ad andare in profondità e rese bassissime. È un lavoro enorme, tutto manuale, ma che porta a un vino unico per concentrazione e freschezza. Da qui nasce il Batèst, il rosso più ambizioso della cantina, dedicato al nonno Battista.

Il discorso si sposta poi sulla cantina, dove dal 2019 il lavoro è cambiato radicalmente: fermentazioni spontanee, niente chiarifiche né filtrazioni, solfiti solo quando serve. Una scelta resa possibile anche grazie alla consulenza di Francesco Falcone, che ha dato fiducia e supporto in un percorso non convenzionale ma coerente.

Perche’ credere nel pagadebit

Il cuore della visita è dedicato al Pagadebit, vitigno che a Valle delle Lepri ha trovato una voce nuova.

«È un’uva fantastica», racconta Luca. «Neutra, capace di leggere il territorio come poche altre». La famiglia Cecchini ha recuperato una genetica preziosa attraverso selezione massale dalla vigna vecchia: un biotipo spargolo, tardivo, poco produttivo. L’opposto delle selezioni commerciali, pensate per l’industria e per produrre grandi quantità.

Il nome stesso, Pagadebit, racconta la sua storia: un’uva resistente che garantiva raccolti sicuri, permettendo ai contadini di ripagare i debiti anche nelle annate difficili. Ma a Coriano è, al contrario, un vitigno che, lavorato con attenzione, può diventare narratore di un territorio e di una cultura.
In questo senso, Valle delle Lepri interpreta l’underdog della Romagna, riportandolo al centro della scena enologica.

Originario della Puglia (Bombino Bianco), ha bisogno di calore e trova in Romagna due zone d’elezione: Rimini e Bertinoro.
A Coriano, la sottozona più calda dell’areale riminese, si esprime con note saline e iodate grazie alla vicinanza al mare, mentre a Bertinoro il carattere è più di terra, con frutto maturo e sorso caldo.

Con il cambiamento climatico, paradossalmente, il Pagadebit ha trovato un nuovo alleato: le temperature più alte gli consentono oggi di maturare al meglio, regalando vini moderni, freschi e sorprendenti.

La degustazione

La visita si conclude con la degustazione, che diventa quasi una seconda passeggiata: stavolta attraverso i calici.

Si comincia con la spensieratezza di un’anteprima, appena imbottigliata e pronta a uscire: Gazoia, spumante charmat da Pagadebit. Il nome in dialetto significa “baldoria”, e al bicchiere mantiene la promessa: bollicina fine, freschezza immediata, leggerezza conviviale.
Un vino pensato per la festa, ma non banale: la vena salina del vitigno resta ben riconoscibile, ricordando che anche nelle versioni più semplici il territorio può avere voce.

Il secondo calice, Follia, alza subito l’asticella. È un metodo classico che ribalta i pregiudizi: può nascere un grande spumante a Coriano? La risposta è sì. Pagadebit da vigna vecchia, spremitura di uve intere, fermentazione spontanea e 36 mesi sui lieviti. In presa di spuma non zucchero di canna, ma mosto di Rebola, scelta che permette di attendere maturazioni piene senza ricorrere a tagli verdi. Dosaggio zero. Il risultato è un sorso teso, asciutto, gastronomico, con bollicina finissima e scia sapida che lo rende un “solo uva” autentico e senza compromessi.

Con Pavar Bianco si entra nel mondo dei vini fermi: blend di varietà internazionali e Pagadebit, tutto acciaio. Al naso si apre con note generose, fruttate e floreali, senza mai perdere pulizia e linearità. In bocca è diretto e preciso, con una beva scorrevole che sa unire immediatezza e rigore: il biglietto da visita ideale della cantina.

Eugale rappresenta invece il Pagadebit in purezza, interpretato in chiave classica. Una leggera macerazione sulle bucce, fermentazione spontanea e maturazione in cemento: il risultato è un bianco fragrante, floreale e agrumato, sorretto da un’acidità elettrica e da una chiusura marina che sembra non finire mai. È la prova concreta di quanto questo vitigno possa farsi portavoce del territorio.

Con Terramare il Pagadebit compie un salto ancora più audace: vinificazione in anfora georgiana. Il sorso acquista tridimensionalità e materia: agrumi canditi, cenni iodati, grip tannico e una profondità quasi tattile. Un vino che non lascia indifferenti, capace di sorprendere.

La Rebola entra in scena con Pesca Bianca, un vino solare e generoso. Al naso esplode di frutto maturo – pera, pesca gialla, polpa succosa – mentre in bocca unisce rotondità e tensione. La fermentazione avviene per il 60% in tonneaux esausti e per il 40% in cemento, scelta che dona complessità senza appesantire. È la dimostrazione di come la Rebola sappia essere esuberante e complessa senza perdere finezza.

Ca’ Righetti mostra invece il volto austero della Rebola. Oltre due anni di affinamento in cemento ne sviluppano la profondità: il sorso si fa compatto, con ritorni ammandorlati che chiudono lunghi e persistenti. È uno studio sul tempo e sul potenziale del vitigno, che qui si rivela in tutta la sua serietà.

Si passa ai rossi con Pavar Rosso, Sangiovese e taglio bordolese. Colore rubino brillante, naso dinamico di piccoli frutti rossi, prugna ed erbe aromatiche. In bocca è scorrevole e versatile, con una freschezza che lo rende perfetto per la tavola quotidiana.

Sprugnolo rivela un altro volto del Sangiovese, più delicato, quasi in infusione. Macerazioni brevi, parte a grappolo intero, maturazione in acciaio e cemento: la leggerezza qui non è un caso, ma una scelta precisa. A Coriano il rischio è di produrre vini troppo estrattivi, caldi, muscolosi. La risposta è “stare indietro per andare avanti”: mano leggera, sensibilità, finezza. Il risultato è un rosso nitido, succoso, con tannino soffice e vibrante acidità, che chiude su note erbacee e speziate dal fascino quasi vermouth. A tavola è sorprendentemente gastronomico: con la tagliatella al ragù si esalta.

Con Batèst si arriva al cru di punta: Sangiovese da vigna ad alberello, produzione limitata, rese bassissime. Nel calice è concentrato e profondo, con tannini fitti ma salati, freschezza che sostiene la struttura, persistenza lunga e vibrante. Potenza e grazia si tengono in equilibrio: è il vino che racchiude il sogno e la fatica di una vigna unica.

Infine, un esperimento radicale: OX, Rebola affinata con metodo perpetuo. Un vino ossidativo e salmastro, con richiami di smalto e frutta secca, che divide e sorprende. È il gran finale, un gesto estremo che resta impresso come fuochi d’artificio nel bicchiere.