La nostra visita a Fondo San Giuseppe

C’è una Romagna che parla in bianco: la visione di Stefano Bariani a Valpiana

Siamo saliti a Valpiana, sopra Brisighella, per incontrare Stefano Bariani. Un momento di confronto, per capire come si può dare voce a un territorio attraverso un gesto produttivo essenziale e rigoroso.

Dove la Romagna sussurra: benvenuti a Valpiana

È da un punto panoramico, nel cuore di Valpiana, che inizia la nostra visita a Fondo San Giuseppe. Non tra i filari, come accadeva un tempo, ma qualche metro più in alto: i vigneti che introducevano il tour sono stati danneggiati dall’alluvione del 2023 e oggi portano ancora i segni di quella ferita profonda, che ha lasciato un solco non solo fisico, ma anche emotivo. Il paesaggio però resta potente, quasi immobile nella sua bellezza fragile. Siamo a 400 metri sul livello del mare, circondati da boschi, affacciati sulla Valle Acerreta da un lato e sulla sottozona di Brisighella dall’altro.

Questa è la Romagna più silenziosa, quella meno conosciuta, per capirla bisogna ascoltare. È ciò che facciamo mentre Stefano Bariani ci racconta le tre anime geologiche che compongono la denominazione: l’argilla dei calanchi faentini, capace di generare vini muscolosi; la vena gessosa, che esprime mineralità pura; e infine la terza anima, quella di Valpiana, definita da marne e arenarie, un’alternanza di limi e sabbie, suoli sciolti e fortemente calcarei, ideali per ottenere grandi vini bianchi.

È proprio questa la ragione per cui, nel 2006, Stefano ha scelto di tornare in Romagna dopo l’esperienza in Piemonte: per trovare un luogo in grado di dare voce al suo talento di “bianchista”. Con l’aiuto dell’enologo Remigio Bordini ha identificato questa enclave di altura come il punto di partenza ideale per un progetto radicale, che invertisse il paradigma locale dominato dal Sangiovese. L’acquisto di 5 ettari di vigneto e 12 di bosco dalla tenuta “Vigne dei Boschi” di Paolo Babini ha segnato l’inizio di un percorso che solo oggi, con la nascita della nuova cantina, si può dire pienamente compiuto.

La nuova cantina: dove si affina una visione

Dopo anni di vinificazioni in spazi condivisi, il 2024 rappresenta per Stefano l’inizio di una nuova fase. Con la costruzione della propria cantina, realizzata ristrutturando il vecchio fienile della tenuta, può finalmente condurre ogni fase del processo in autonomia, nel pieno rispetto della sua idea di vino. Acciaio, cemento, barrique e tonneaux trovano collocazione in uno spazio pensato per accompagnare il vino nel suo percorso dalla vigna alla bottiglia.

Tra le novità più affascinanti, un tunnel scavato nella collina, naturale deposito di barrique, dove umidità e temperatura restano stabili per tutto l’anno. Qui si compie la vera magia: l’elevage dei bianchi di Fondo San Giuseppe, attraverso un uso del legno misurato, calibrato, consapevole. Stefano ci conduce in questo spazio come si accompagna un ospite nel cuore della propria casa. E lo fa raccontando le sue scelte con la precisione di chi ha imparato da grandi maestri.

Gli anni a fianco di Angelo Gaja gli hanno insegnato che il legno non è un ingrediente da sommare, ma uno strumento da suonare con rispetto. Ogni botte proviene da tonnellerie di eccellenza: François Frères, Remond, Adour. Alcune pensate per l’affinamento del Riesling, altre con tostature più marcate, per valorizzare lo Chardonnay e l’Albana. I legni della foresta dei Vosgi, ad esempio, sprigionano note più aromatiche e complesse, ideali per vitigni dalla forte personalità.

In questo lavoro di cesello, Stefano non lascia nulla al caso: tutto è pensato per ottenere vini che siano allo stesso tempo coerenti con l’annata, riconoscibili nel vitigno e rappresentativi del territorio. Tre parametri che lui considera imprescindibili per un vino di rango. Ma noi, dopo aver visto e assaggiato, ne aggiungeremmo un quarto: la mano del produttore. Una firma sottile, ma presente, che si rivela nel gesto e si riconosce nel bicchiere.

La degustazione

Abbiamo assaggiato l’intera produzione dell’annata 2024, confrontandola in alcuni casi con i millesimi precedenti. Ogni vino ha raccontato una sfumatura diversa del pensiero di Stefano, confermando un’identità precisa, mai ruffiana.

Tera 2024 (Trebbiano)
Un bianco che traduce alla perfezione l’idea di sottrazione. Snello, slanciato, salino, con un finale agrumato che chiama immediatamente il secondo sorso. Il 30% della massa fermenta in legni François Frères, che ne amplificano l’eleganza senza intaccare la freschezza. Il profilo è asciutto (0,2 g/l di zuccheri residui), ma avvolgente. Corpo atletico, grande equilibrio. Perfetto su uno scampo crudo.

Tera 2023
Figlio di un’annata complessa, colpita dalle frane e da un’estate anomala, esprime una versione più severa del Trebbiano. Naso più chiuso, sorso scolpito dalla mineralità dove le note di pietra focaia dominano la scena. Un vino autentico, che non cerca applausi, ma invita all’ascolto.

Caramore 2024 (Chardonnay)
Profumi pieni, materia morbida, un legno che spinge con garbo. Vaniglia, burro fresco, frutta a polpa gialla. L’affinamento dona rotondità senza perdere slancio. Vino gastronomico, capace di accompagnare tanto la cucina di mare quanto preparazioni più ricche.

Fiorile 2024 (Albana)
Un’Albana di altura, coltivata a 400 metri, che restituisce una versione fine, elegante, agrumata. Il sorso è verticale ma non nervoso, la salinità spinge in profondità. Tannini da buccia appena accennati, che regalano una nota tattile intrigante. Si percepisce una chiara ispirazione francese, ma senza imitazioni.

Fiorile 2023
Versione più introversa, figlia di un’annata difficile. Naso più contratto, ma in bocca guadagna progressivamente ampiezza. Il primo impatto è salino, quasi marino, poi si apre su toni agrumati e lievi sfumature evolute.

Collànima 2023 (Albana Nera e Centesimino)
Nasce da una vecchia vigna in cui alcune piante di Centesimino si sono mischiate all’Albana Nera. Viene raccolto tutto insieme, generando un vino dal profilo goloso. Amarena, piccoli frutti rossi, erbe officinali. Sorso fresco, ritmato, perfetto sulle carni alla brace.

Una scelta che racconta chi siamo

Per noi, andare a conoscere un produttore non è solo un momento di aggiornamento tecnico. È un passaggio fondamentale per poter raccontare con onestà i vini che consigliamo ogni giorno a tavola. Vogliamo conoscere i gesti, i paesaggi, le motivazioni. Solo così una bottiglia può diventare davvero parte del nostro racconto.

Scegliere Fondo San Giuseppe per la nostra carta dei vini significa fare una scelta di coerenza. Perché dietro ogni etichetta c’è la voce di un territorio che merita di essere raccontato, un pensiero produttivo fondato su rispetto, studio, tempo. E la mano di un uomo che ha saputo tornare in Romagna con occhi nuovi, per costruire qualcosa che prima semplicemente non c’era.